martedì 25 novembre 2008

Stato civile

-Dottoré grazie che m'ha portato a rinnovare la tessera dell'autobus

-ma di che mi vuoi ringraziare Giusé...


- Eh beh... Erano quarant'anni che non rivedevo la stazione Termini...Quando ero piccolo abitavo là.


-ah sì? non me l'hai detto stamattina... quindi ti sarà sembrata cambiata!


-Ma che ccambiata cambiata, sè cambiata... me volevo andà a fà un panino con la porchetta dalla sora Maria e pijamme na bbella Peroni ghiacciata e nun me c'avete voluto portà!


-dai, che ti ho portato a prendere un caffè... poi dovevamo tornare a pranzo in comunità...


-sè, un caffè...io j'avevo detto se me faceva pijà almeno un caffè corretto ...o na grappa bocchino... che erano tanti anni che non la bevevo... al santamariadellapietà non me la sò più potuta prende...



-mi dispiace Giusé, ma lo sai che con le medicine fa male...

-Sì sì, chiedo perdono. senta, che ce l'ha ancora Lei la fotocopia della carta di identità?

-sì, ma la fotocopia la posso lasciare a te, ti può sempre servire quando vai in giro, quindi ora te la do e questa la tieni tu.

(gli porgo il documento)

-Grazie dottoré. La posso aprire?

-beh certo, è tua, mica ci stanno scritti i segreti sopra

(Si alza gli occhiali e inizia a leggere ogni singola voce, riga per riga. A un certo punto, di colpo, esulta)

-Dottoré! Dottoré! Ha letto che c'è scritto? Guardi qua!

-lo stato civile?!

-Eh, lo stato civile, ha visto che c'è scritto?

- stato libero

- Libero! Stato libero! Sono libero!*




*La prima legge specificamente psichiatrica è la legge Giolitti del 1904, con la quale sono stati costituiti in Italia gli ospedali psichiatrici (O.P.). I criteri per essere ricoverati erano la pericolosità,il pubblico scandalo e il non poter essere custoditi in altro luogo.Il ricovero avveniva con ordinanza della Polizia, dopo un certificato medico, ed era autorizzato dal Pretore.I medici potevano dimettere il ricoverato entro 29 giorni dal ricovero: colui che era dimesso non trovava alcun supporto territoriale, non aveva alcun servizio di riferimento se non i dispensari delle malattie mentali, luoghi che soprattutto si limitavano a consegnare ai dimessi dall’O.P. farmaci e sussidi economici. Le persone che non venivano dimesse entro i 29 giorni venivano internate per sempre attraverso un decreto del Tribunale e perdevano tutti i diritti civili.

lunedì 27 ottobre 2008

Ultim'ora


Breakfast On Pluto - Soundtrack

-Dottoressa, sa che santo è oggi?
-No, non ho guardato il calendario. Che santo è?
-San Frumenzio vescovo
-Ah, non lo conoscevo
-L'ha detto questa mattina don Guercino a Telepace.
-Mh. Grazie che me l'hai detto Giusé. Avessi io la memoria che hai tu
(Gli do una bottarella sulla spalla in segno di apprezzamento)
Mannaggia a te!
(Spengo la sigaretta. Rivolgo lo sguardo verso il corridoio. Faccio per alzarmi dal divano.)
-Dottoressa, dottoressa, lo sa di chi era figlio Alessandro Magno?
-Di Filippo II, mi pare
-No... di Zeus!
-Ma come di Zeus?
-Eh, così hanno detto a Telepace. (Pausa. Mi guarda. Si aggiusta gli occhiali. Mi riguarda dritto negli occhi). Ma che c...o voi, che c'hai da guardà, eh? L'hanno detto a Telepace ma che ne so io, eh?
-Scusa Giusé, mi sarò sbagliata io. Se l'hanno detto a Telepace poi...
-No scusi, chiedo perdono. (Ride) Me perdona?
-Sì sì, ti perdono, ma non mi chiedere più perdono. (Pausa) Senti ma invece sai chi era il maestro di Alessandro Magno?
-No, chi era?
-Aristotele!
-Ah Aristotele, e poi?
-Solo Aristotele credo, era il suo precettore
-E infatti pure mò mi sa che vogliono riportare il maestro unico...boh...
...perchè ride?
(Continuo a sorridere guardando in terra per non dare nell'occhio)
sì ridi ridi, te piace magnà eh? so dodicianni che sto qua, prima me so fatto ventanni al santamariadellapietà e...eh...
-Lo so Giusé dai, ma che c'entra?
-Ma che c'entra che c'entra che c'entra, voi siete venuti qua per magnà perchè io dottorè me so fatto ventanni al santamariadellapietà perchè... lo sa che dice frate indovino?
-No, che dice?
-"Chi vuole pane porti letame"
-Quindi vuoi che mi metto a lavorare...
-No dottorè resti qua a vedè la televisione con me, m'hanno abbandonato sa? Prima c'era sempre la signora Daria seduta sul divano con me, mo non viene più
-Forse si è stufata perchè tu guardi sempre Telepace e non le chiedi mai se vuole vedere qualcos'altro
-Sì sì dite sempre così, ma che vvvoi, che vvoi, a me me l'ha detto anche il ministro Brunetta ieri alla vita in diretta che c'è molto assenteismo in giro...

giovedì 16 ottobre 2008



My Life

My life is very difficult since it has been horrible with my husband.
He always made me feel sick when we were together
and then he left me off. -
Fuck off.
My life has never been different from that and I
get medicines three times a day
I don't want to say it but

I'm very angry


FUCK OFF EVERYBODY


D.
[la mia vita è molto difficile perchè è stata resa orribile da mio marito - mi faceva sempre stare male quando stavamo insieme - e poi mi ha gettato via - vaffanculo - la mia vita non è mai cambiata da allora - e prendo le medicine tre volte al giorno - non vorrei dirlo ma sono molto arrabbiata - VAFFANCULO A TUTTI]

mercoledì 15 ottobre 2008

Io



Stasera mi sento triste diciamo quasi sempre il mio caso non è raro ma banale
come dire
prendo medicinali antidepressivi
è già questa la negazione di me stessa
per tirarmi su dal mio maledetto morale che ho
però c'è da dire che mi fanno bene spesso mi sento bene


Ma a me manca purtroppo affetto
e amore che ancora non ho ma
che sento spesso dentro di me
che verrà presto

o almeno credo

Verrà, verrà


sì sì ancora
verrà
ancora


D.

martedì 26 agosto 2008

Lettere dalla Follia



L'occasione è l'uscita del libro di Alda Merini: "Lettere al Dottor G" (Frasinelli Editore, 120 pagine, 15 €), testimonianza del tempo passato dalla poetessa in un ospedale psichiatrico, collage di lettere, pagine di diario e poesie rimaste per quarant'anni in fondo a un baule. Riporto parte dell'articolo apparso su La Repubblica(http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/08/24/alda-merini-lettere-dalla-follia.html)

ALDA MERINI. Lettere dalla follia
Repubblica — 24 agosto 2008 pagina 38 sezione: DOMENICALE


Per Alda Merini fu il tempo della segregazione e della morte civile, quello che non lascia spazio al futuro e ti trascina in un luogo indicibile. Gli anni Sessanta e Settanta furono per la poetessa che tutti ammiriamo il tempo senza pace e della confusione mentale. Alda aveva trentaquattro anni quando entrò la prima volta in manicomio. Giunse all' Istituto Paolo Pini di Affori con una depressione acuta da postparto e il caos nella testa. Vi arrivò furiosa come una erinni. La donna che aveva incantato Giorgio Manganelli e Salvatore Quasimodo varcò la linea che separa i vivi dai morti. Quel passaggio ha lasciato delle tracce importanti e ora viene riportato alla luce grazie alla lettere e ad alcune poesie che furono scritte dalla Merini e indirizzate al dottor Enzo Gabrici, lo psichiatra che la ebbe in cura. Nelle lettere Gabrici è il dottor G, al quale la paziente Merini si rivolge a volte con lucidità, altre ancora con passione. Al centro della scena non c' è solo il poeta, ma anche l' ammalata che racconta i propri sogni, che si interroga sugli psicofarmaci, che implora attenzione al proprio dolore. Più che reclusa, Alda sembra una donna invisibile che chiede al dottor G. di restituirle un corpo e un' anima. Gabrici ha oggi novantanove anni, al libro della Merini ha accompagnato una breve e affettuosa testimonianza. A un certo punto si legge questa frase: «Nei periodi acuti Alda Merini sognava di essere un uomo, perché in questo vedeva la grandezza del potere contro la fragilità della sua femminilità». Chiedo alla Merini se si riconosce in quella frase: «Sognare di essere un uomo non è sognare di cambiare sesso, non avrei mai rinunciato alla maternità, per quanti problemi mi abbia provocato il parto. Il mio analista sosteneva che avevo identificato il fallo con la potenza. Ho sempre pensato che sognare di essere un uomo fosse per me più un fatto mentale che fisico. Le donne che nutrono questo tipo di desideri sono anche quelle che più delle altre si rendono conto della sofferenza del dolore, della esposizione alla fragilità del mondo femminile». Quando parla, la Merini sembra rievocare nella voce l' implorazione di quelle lettere, molto private e al tempo stesso attraversate da un tormento feroce. Perché ha sentito il bisogno di scrivere al dottore che l' aveva in cura? «Perché con quell' uomo ho realizzato un transfert meraviglioso. Lui mi curava con il pentotal ma sapeva anche guardare nel profondo della mia anima. In principio ero molto aggressiva, sospettosa, amareggiata. Mio marito aveva voluto, o meglio preteso, che mi ricoverassi. Per questo l' ho odiato, respinto e poi perdonato. Come si perdona una persona che ha sbagliato ma che hai amato. Tutta la mia letteratura è nata dall' amore per quest' uomo che ho visto in seguito morire». Alda Merini: dell' amore, della morte. Sono i due poli dentro cui oscilla la sua poesia. Dice: «Il manicomio, il luogo più esterno alla vita, non era fatto solo di pastiglie ed elettroshock, ma di amore. Un sentimento che indirizzavo sulle cose più semplici, sui gesti più elementari. Se uscivo, come a volte accadeva, gli altri matti mi chiedevano di comprargli le sigarette, il vino, la cioccolata. E se mi riusciva di farlo, sentivo che il legame affettivo che la follia a volte crea tra le persone è più forte di quello che ci procura la normalità. Quanto alla morte, a lungo mi ha sfiorata, ho convissuto con la sua assenza, con il timore che si affacciasse e dovessi affrontarla. La morte è stata per me uno strano corpo a corpo, vicina e remota al tempo stesso». In una lettera del 1970 la Merini accenna a una crisi profonda e al tentativo di suicidio con del chinino. «Quel gesto», dice la poetessa, «nacque dallo sconforto di non sentirsi ricambiata nella passione. Ero innamorata di un giovane medico. E fu un gran tormento per entrambi. Eravamo sposati e nessuno di noi due voleva tradire la propria famiglia. Mettemmo a dura prova i nostri codici morali. Ricordo che immediatamente dopo quel tentativo di suicidio, vidi letteralmente davanti a me l' immagine della morte. Era qualcosa di terrificante. Mi bastò quella visione a darmi la forza di sopravvivere, anche se era una vita appesa al dolore». Cos' è il dolore per una persona con la sensibilità di un poeta? «La poesia è la forma di intelligenza più prossima al dolore. Ma da dove scaturisce? Se perdi un figlio il dolore è una voragine, ma alla fine anche alle voragini ci si può abituare. Mentre il dolore della malattia mentale è qualcosa che ti urla dentro e non riesce a uscire. Il dolore che ti avvolge in manicomio a volte è solo un pretesto per una condanna più grande, una calunnia del destino, o forse un castigo di Dio. Sono convinta che dal dolore possa nascere una grande passione per l' Aldilà. Si vorrebbe morire, però al tempo stesso si ha la speranza di vivere». Alda dice di essere stata in manicomio dodici anni in tutto: «A me è accaduto come per quelli che vanno in galera, alla fine non volevo più uscire. Ricordo che a volte, dopo che ero stata dimessa, venivo presa da una disperazione profonda. E non appena avvertivo i primi sintomi di un decadimento mi ripresentavo davanti al portone del Pini e mi riprendevano». Dice «riprendevano» con un tono di singolare gratitudine. «Del manicomio ho una sensazione ambivalente. La legge Basaglia, che è stata una legge di civiltà, alla fine si è rovesciata nel suo contrario. Vedo in giro molti matti confusi tra i barboni, gli emarginati, i disperati. Non hanno un luogo dove andare. E mi chiedo se quell' antica e terribile istituzione non offrisse a suo modo non dico una risposta ma un riparo agli effetti della follia. Mi hanno raccontato cose orrende accadute nei manicomi: dell' abbrutimento di certe anime, delle torture dei malati, della gente che vi moriva dentro. Ma perché compiacersi del male?». Forse è solo raccontandolo che lo si può vincere, obietto. «Il male non si può vincere. è una parte cospicua del nostro mondo, attraversa i nostri sguardi, brutalizza la nostra mente e a volte occupa le nostre anime. Ma io dico anche: caro Abele, guai a chi mi tocca Caino. E non si tratta dell' elogio dell' assassinio, della prevaricazione del più forte sul più debole. è che il male ci mette alla prova e insieme ci dà l' occasione di guarire». Oggi Alda Merini guarda alla guarigione come a un accantonamento del male. Dice proprio così, «accantonamento», come di qualcosa che è stata messa da parte e che un giorno potrà tornare minacciosa e utile. «Per me guarire è stato un modo di liberarmi del passato. Tutto è accaduto in fretta. L' ultima volta che sono stata al Pini mi è accaduta una cosa che non avevo mai provato. Una mattina mi sono svegliata e ho detto: che ci faccio io qui? Così è davvero ricominciata la mia vita. Ho ripreso a scrivere e ho perfino trovato quel successo che non avrei mai pensato di ottenere». Sul successo Alda ride con voce roca e lenta e poi aggiunge: «Il successo è come l' acqua di Lourdes, un miracolo. La gente applaude, osanna e ti chiedi: ma cosa ho fatto per meritare tutto questo? Penso che la folla, anche piccola, che ti ama ti aiuta a vivere. In fondo un poeta ha anche qualcosa di istrionico e di folle. Per questo il manicomio è stato per me il grande poema di amore e di morte. Ma anche questo luogo oggi è distante. Mi capita a volte di rivederlo in sogno. Io sogno tantissimo. E tra i sogni ne ricorre uno: sono dentro a un luogo chiuso, e io che cerco le chiavi per uscire. Forse sono mentalmente ancora in quel luogo che mi ha ucciso e mi ha fatto rinascere. Mi sento una donna che desidera ancora. Oggi per esempio vorrei che qualcuno mi andasse a comprare le sigarette. Non ho mai smesso di fumare, né di sperare». - ANTONIO GNOLI

domenica 24 agosto 2008

Oggi per esempio vorrei che qualcuno mi andasse a comprare le sigarette

Mi sento una donna che desidera ancora. Oggi per esempio vorrei che qualcuno mi andasse a comprare le sigarette. Non ho mai smesso di fumare, né di sperare.
Alda Merini
(Intervista a La Repubblica - 24 agosto 2008)

venerdì 4 luglio 2008

Il ritorno dalla villeggiatura

-Rimini-



Teresa ha gli occhi secchi

guarda verso il mare

per lei figlia di pirati

penso che sia normale

Teresa parla poco

ha labbra screpolate

mi indica un amore perso

a Rimini d'estate.


Lei dice bruciato in piazza

dalla Santa Inquisizione

forse perduto a Cuba

nella rivoluzione

o nel porto di New York

nella caccia alle streghe

oppure in nessun posto

ma nessuno le crede


Rimini, Rimini



E Colombo la chiama

dalla sua portantina

lei gli toglie le manette ai polsi

gli rimbocca le lenzuola

"Per un triste Re Cattolico - le dice -

ho inventato un regno

e lui lo ha macellato

su di una croce di legno

E due errori ho commesso

due errori di saggezza

abortire l'America

e poi guardarla con dolcezza

ma voi che siete uomini

sotto il vento e le vele

non regalate terre promesse

a chi non le mantiene "


Rimini, Rimini



Ora Teresa è all'Harrys' Bar

guarda verso il mare

per lei figlia di droghieri

penso che sia normale

porta una lametta al collo

vecchia di cent'anni

di lei ho saputo poco

ma sembra non inganni.

"E un errore ho commesso - dice -

un errore di saggezza

abortire il figlio del bagnino

e poi guardarlo con dolcezza

ma voi che siete a Rimini

tra i gelati e le bandiere

non fate più scommesse sulla figlia del droghiere".

Rimini, Rimini

(F. De Andrè)


giovedì 20 marzo 2008

Oculos

Stanotte ho avuto l'ossessione del volto della malata Rosi. E' una malata noiosissima, testarda, il volto assolutamente stordito, la voce un'acre cantilena gettata di continuo a dire la stessa frase: "voglio andare a casa", e questa acre cantilena per altezza sfiora il grido. Il volto di questa malata è piatto, di un grasso sanguinolento. Gli occhi di colore celeste sporco, anzi celeste chiazzato di unto, sono mostruosi perchè non esprimono nulla.
Stanotte continuamente nel sonno e nel dormiveglia mi si presentava questo volto e come l'avevo cacciato e iniziata un'altra sequenza di immagini, riappariva.
Ciò fino a stamani.
E me ne ero quasi dimenticato quando, attraversando il reparto di vigilanza, me lo sono rivisto davanti in carne e ossa che mi voleva parlare.


Sono un poco fuggito.
















(Mario Tobino, Le libere donne di Magliano)

mercoledì 12 marzo 2008

A Roberto

Già si sfiorisce a marzo
non amati
solitari pellegrini pii
al tepore della morte,
al gelo dei sogni.

martedì 25 settembre 2007

Il mondo

Il mondo è così indistinto, invidiabile
e a volte assurdo.

Nel mondo ci sono tanti crimini,
indistruttibili ma veri.

Un mondo rotondo come un oceano
in mezzo a due delfini

tra le persone che si vivono.

d.





sabato 25 agosto 2007

Libera-Mente

'Linking free minds', 'Assieme libera-mente'. Sono queste due delle frasi più emblematiche composte da uno striscione umano che stamani quelli del 'Treno speciale per Pechino' hanno composto nella piazza della 'Porta Nord' della 'Citta' proibita' di Pechino. Circa 180 figuranti, tra cui tutte le persone con disagio mentale che stanno partecipando a questo viaggio, eludendo la sorveglianza, si sono allineati su due lunghe file parallele nell'antica area imperiale della capitale cinese indossando ognuno una maglietta bianca con sopra stampata una lettera di colore nero. Le altre scritte erano: 'Quel treno speciale per Pechino', 'That special train for Beijing'.Il viaggio del 'Treno speciale per Pechino' è partito lo scorso 8 agosto da Mestre e si sta concludendo nella capitale cinese dove la comitiva dei 210 italiani che vi partecipano è giunta la sera del 23 agosto. L'iniziativa è stata organizzata dal movimento 'Le parole ritrovate' e dell'Anpis, l'Associazione nazionale polisportive per l'inserimento socialé. Incuriositi decine di cinesi hanno fotografato la comitiva di italiani in posa con le scritte sulle magliette davanti alla cinepresa del regista Giovanni Piperno, che sta realizzando con la sua troupe un film documentario sul viaggio con il contributo del ministero della Salute. La cinepresa ha registrato tutta la scena. Proprio sotto uno dei palazzi dell'imperatore, la comitiva di italiani è rimasta in posa oltre 20 minuti sotto un sole particolarmente cocente. La sicurezza cinese ha anche tentato, seppur in modo blando, di fermare la performance. La scritta 'free minds' in particolare ha suscitato forti perplessità da parte degli agenti che, a detta delle guide e degli interpreti che accompagnano la comitiva italiane, consideravano inopportuna la sede.
ANSA 2007-08-25

giovedì 31 maggio 2007

Bilanci

Il ricco buffet della Festa dei Vicini di Casa.



Un grande successo, ben 7 partecipanti! Gli operatori erano più numerosi!
Tuttavia, nel nostro piccolo ci siamo divertiti: musica, qualche tentativo goffo di danze popolari, molte risate.

lunedì 21 maggio 2007

Festa dei vicini di casa

Trovo di grande conforto i gesti di piccola solidarità quotidiana. Allora, partecipiamo anche noi alla Festa dei Vicini di casa! La comunità non è in un condominio, ma idealmente vicini di casa sono gli ositi dell'altra comunità a pochi passi da noi e delle numerose case famiglia sparse nel quartiere....
L'anno prossimo, con un po' più di coraggio, inviteremo gli inquilini delle palazzine vicine.

Ballate non pagate

Apro la sigaretta
come fosse una foglia di tabacco
e aspiro avidamente
l'assenza della tua vita.
E' così bello sentirti fuori,
desideroso di vedermi
e non mai ascoltato.
Sono crudele, lo so,
ma il gergo dei poeti è questo:
un lungo silenzio acceso
dopo un lunghissimo bacio.

Alda Merini, Ballate non pagate (1995)

domenica 25 febbraio 2007

A volte la vita va presa in gocce.


domenica 28 gennaio 2007

Non-luoghi


Che cos’è una comunità terapeutica? Un ospedale, una lungodegenza, una casa, una famiglia? Nessuno di questi luoghi. Forse è un non luogo. L’antropologo francese Marc Augé, ha scritto con acuta intelligenza critica: “Non luoghi: introduzione ad una antropologia della surmodernità” (Elèutera Editrice , Milano 1993).
Nasciamo in clinica, muoriamo in ospedale, viviamo in un perenne transito. Si moltiplicano i luoghi che ci offrono solo una occupazione provvisoria: le catene alberghiere, i club di vacanza, i residence, le abitazioni per la terza età. Si estendono le reti di trasporto di persone o di informazioni e le modalità di scambio apersonale: le carte di credito, i distributori automatici, la vendita per corrispondenza.
Marc Augé, antropologo e studioso delle civiltà antiche, si chiede se la nostra società non stia distruggendo il concetto di luogo, così come si è configurato nelle società precedenti. Il luogo infatti ha tre caratteristiche: è identitario e cioè tale da contrassegnare l’identità di chi ci abita; è relazionale nel senso che individua i rapporti reciproci tra i soggetti in funzione di una loro comune appartenenza; è storico perchè rammenta all’individuo le proprie radici.
Allo stesso modo, una comunità terapeutica è un luogo di transito, contrassegna l’identità degli individui solo in quanto in crisi di identità, chi vi abita non ha relazioni autentiche perché prive di una comune appartenenza, è astorica perchè sradica gli individui dalle proprie radici. Un luogo metastorico, dove si può vivere sospesi. E’ vero che inconsapevolmente tale sospensione è usata per proporre processi di cambiamento, ma a volte non sapendo da dove e verso dove, spesso privi dello spessore antropologico necessario.
I luoghi antropologici - tradizionali o moderni che siano - possono essere ben descritti dalle nozioni di centro e monumento. La Casa Bianca e il Cremlino sono contemporaneamente luoghi monumentali, centri di potere, simboli di uno Stato, metafore di una ideologia. La casa in un paese della Sicilia individua la posizione sociale di chi la abita, gli tramanda memorie, gli impone atteggiamenti e consuetudini.
Tutte queste caratteristiche mancano alle strutture che nella nostra società contemporanea sono utilizzate da grandi gruppi di persone. Qui l'identificazione è resa possibile dal passaporto, dalla carta di credito, dal numero di letto in ospedale, da un riconoscimento astrattamente sociale. Non più dalla conoscenza individuale, dal riconoscimento del gruppo. Ne " Il mondo di ieri", Stefan Zweig afferma: "una volta l'uomo aveva una anima e un corpo, oggi ha bisogno anche di un passaporto, altrimenti non viene trattato da essere umano". Stefen Zweig scriveva il libro nel 1946. Da quegli anni il processo di disindividualizzazione della persona è andato progredendo.
I luoghi tradizionali presuppongono una società sostanzialmente sedentaria, un microcosmo dotato di confini ben definiti. I non luoghi, individuati da Marc Augè, sono i nodi e le reti di un mondo senza confini, dove infiniti viaggiatori sono in perenne transito.
Dal viaggio come esperienza della conoscenza, la società contemporanea è arrivata al viaggio come concatenamento di diapositive, cioè di immagini frammentarie e tipiche.
Dal punto di vista architettonico i non luoghi sono gli spazi dello standard. Sono strutture dove nulla è destinato al caso: al loro interno è calcolato il numero dei decibel, dei lux, la lunghezza dei percorsi, la frequenza dei luoghi di sosta, il tipo e la quantità di informazioni. Sono sicuramente gli unici spazi architettonici dove si è concretizzato il sogno della macchina per abitare, cioè della ergonomia, della efficienza, del confort tecnologico. Una comunità terapeutica è anch’essa una struttura architettonica rigidamente normata da leggi sanitarie, dagli standard di qualità, di sicurezza. Anch’essa come tante strutture sanitarie risente del lungo lavoro di acquiescenza agli standard del non luogo.
Tuttavia il pessimismo di Marc Augé non tiene molto in considerazione le inevitabili reazioni di contrasto all’anomia. Arredare una stanza, scrivere, incontrare i familiari, fermarsi a riflettere sul futuro, attivarsi per la manutenzione, cucinare insieme, uscire insieme, scegliere un programma televisivo o un film, partecipare a una assemblea, organizzare un soggiorno di vacanza, uscire e tornare dopo un piccolo impegno lavorativo……..sedimentano una storia e una cultura, che a volte riescono ad essere matrici di cambiamento.

martedì 2 gennaio 2007

Dionysios Solomos

The last resplendent morning star
heralded the coming of the sun on high
No mist or shadow dared to mar
the sheer perfection of the cloudless sky
from where a gentle breeze would blow
caressing the faces down below
as if to murmur into the heart's recesses
Life is sweet and...
Life is sweet

From: Easter Sunday - a poem by Dionysios Solomos


Dionysios Solomos (Zante 1798, Corfu 1857), di nobile famiglia di origine cretese, formatosi in Italia (1808-1818) a Cremona, a Venezia e all'Università di Pavia, compose i suoi primi versi in Italiano e fu influenzato dall'opera di Ugo Foscolo. Tornato in Grecia (a Zante prima, quindi a Corfu) fu inspirato dalla Rivoluzione Ellenica e adottò la lingua greca. La sua opera più importante è “l'inno alla Liberta” che, musicato in seguito da N. Mantzaros, divenne limitatamente alle due prime strofe l'inno nazionale greco. Altre opere importanti sono “i liberi assediati” dedicato alla eroica resistenza della città di Messolongi, “l'ode a Byron”, “l'Elogio del Foscolo” ecc. Un senso di estrema autocritica gli impedì di portar a termine la maggior parte della sua opera, raccolta e ricostruita in parte dopo la sua morte dall'amico poeta Iakovos Polylas. Verso la fine della sua vita scrisse di nuovo in italiano alcuni abbozzi.

lunedì 1 gennaio 2007

L'Eternità e un Giorno

Il primo dell'anno... un giorno ideale per cedere a riflessioni sul tempo.
Dimensione interiore che la vita in comunità materializza.
Ricordo un film.
"Il tempo è un bambino che gioca ai cinque sassi sulla riva del mare". Questa metafora poetica apre il film di Theo Angelopoulos "L'Eternità e un Giorno".
Alessandro, mentre si prepara a lasciare definitivamente la casa sul mare dove ha sempre vissuto, ritrova una lettera di sua moglie Anna. La donna gli parla di un giorno d'estate di trent'anni prima. Questo dà inizio ad uno strano viaggio, dove il passato ed il presente di Alessandro dolcemente si fondono. Il cineasta greco ci porta a riflettere sui grandi temi dell'esistenza, l'opera fu scritta con Tonino Guerra e vinse la Palma d'oro nel '98 al Festival di Cannes.
"L'Eternità e un Giorno" è un film sul confine tra la vita e la morte, il silenzio e la parola, intesi come capacità di comunicare, di produrre significato nella propria vita, come nei rapporti con gli altri. Il film si apre con una lettera scritta trent'anni prima da Anna (moglie del protagonista, uno scrittore inquieto) in cui esprime tutti i suoi dubbi e le sue paure, tra cui quella di non sentirsi amata da un uomo sempre assente, immerso nel mondo chiuso della creazione artistica, alla continua ricerca di parole, emozioni e sentimenti, che erano lì a portata di mano, ma che non sapeva o non poteva vedere. Dissidio arte-vita dunque, ma anche sentimento del tempo, inteso come perdita, oblio e insieme come recupero memoriale, che solo l'artista può realizzare, strappando parole, ricordi, emozioni all'effimero e al transitorio. Contemporaneamente vediamo un altro protagonista, un poeta greco (forse Dionysios Solomos) che, tornato in patria, compra le parole dalla povera gente, per salvare dalla dimenticanza la sua madre lingua. La perdita dell'identità culturale e linguistica (a cui siamo sempre più soggetti in Europa), accresce la solitudine dell'artista.
Ma "L'eternità e un giorno" è anche un film sul cinema, perché tutto ciò che investe il tempo, investe il cinema, che non è altro che il racconto del tempo. Il film attraverso la rottura dei moduli narrativi convenzionali (discontinuità della narrazione, salti logico-temporali, circolarità narrativa, lunghi piani sequenza, ritmo lento), rimette in discussione il cinema, riformulando così un linguaggio nuovo, incontaminato, di confine appunto. Pertanto il film è anche una metafora sulla forza della lingua, delle tradizioni e della cultura come unico baluardo contro i modelli estetici, morali ed etici indotti dal prorompere della cultura del cinema americano sui nostri schermi; mentre Angelopoulos, seguendo una sua musica interiore si chiede ancora quanto dura il domani... Forse un'eternità e forse un giorno... da noi, al contrario, qualcuno si chiede se può essere l'ultimo nato, e quindi se tutto non sia un eterno ritorno.

sabato 30 dicembre 2006

Carta dei diritti per la Salute Mentale

Forse la Carta dei Diritti aggiunge qualcosa in più su di noi.


CARTA DEI DIRITTI DEGLI UTENTI

DIRITTO AD ESSERE INFORMATO sul disturbo mentale, sulle prospettive, sui trattamenti, sulle eventuali alternative e sulle prevedibili conseguenze delle scelte operate. L’informazione deve essere espressa in modo semplice e chiaro, adeguato alla situazione, tale da essere facilmente comprensibile, al fine di promuovere la massima adesione al trattamento. L’informazione a terzi è ammessa solo con il consenso esplicitamente espresso dall’utente e i dati personali devono essere tutelati in relazione alla disciplina della privacy introdotta con la legge 675 del 1996.
DIRITTO AL CONSENSO PERSONALE al trattamento che deve essere dato in modo libero, spontaneo, consapevole e attuale. Si può prescindere dal consenso solo quando previsto dalla legge, ed in particolare nel caso di trattamento sanitario obbligatorio e di stato di necessità.
DIRITTO ALLA CARTA DEI SERVIZI. Ogni Dipartimento di Salute Mentale deve adottare la carta dei servizi con l’impegno di attuare un efficace sistema di informazione sulle prestazioni erogate e sulle modalità di accesso, e con l’indicazione per la raccolta e l’analisi dei segnali di disservizio e per il monitoraggio della soddisfazione degli utenti.
DIRITTO AL TRATTAMENTO MIGLIORE POSSIBILE in relazione alle conoscenze scientifiche ed ai servizi previsti dal progetto obbiettivo tutela della salute mentale. L’approccio alla persona con disagio mentale deve essere globale e, ove necessario, con interventi integrati di carattere psicologico, sociale e biologico.
DIRITTO A NON ESSERE CONTENUTO e a non subire azioni lesive della propria integrità fisica e della propria dignità.
DIRITTO A NON ESSERE ISTITUZIONALIZZATO. La logica manicomiale deve essere superata in tutte le strutture psichiatriche pubbliche e private e a tal fine devono essere adottati strumenti di monitoraggio, idonei indicatori di qualità e progetti individualizzati. Il Dipartimento di Salute Mentale deve realizzare l’integrazione tra il territorio e l’ospedale, con centralità del centro di salute mentale e limitazione dei posti letto ospedalieri.
DIRITTO ALLA CITTADINANZA. Le persone con disagio mentale devono avere accesso a tutti i servizi sociali essenziali ed in primo luogo ad uno spazio abitativo e ad un inserimento lavorativo, utilizzando anche la cooperazione sociale.
DIRITTO ALLA PARTECIPAZIONE. Le Regioni devono garantire la partecipazione – secondo precise e specifiche modalità – delle associazioni dei familiari, degli utenti, dei cittadini, del volontariato e delle altre forma associative impegnate nella tutela del diritto alla salute mentale, nelle attività relative alla programmazione, al controllo e alla valutazione dei servizi psichiatrici sia a livello regionale che aziendale.

CARTA DEI DIRITTI DELLE OPERATRICI E DEGLI OPERATORI

DIRITTO ALLE RISORSE strutturali e finanziarie per rispondere ai bisogni di salute mentale dei cittadini, con garanzia almeno del 5% dei fondi sanitari regionali per le attività dei Dipartimenti di Salute Mentale.
DIRITTO ALLA PARTECIPAZIONE per la costruzione delle linee gestionali e cliniche del proprio servizio, con modalità efficaci, strumenti certi e luoghi definiti.
DIRITTO AL RISPETTO DELLE DOTAZIONI ORGANICHE ed al loro adeguamento, quale strumento indispensabile per erogare un servizio ottimale al fine di dare le risposte dovute a chi soffre di disturbi psichici e alle loro famiglie, a partire dalle problematiche presentate in età evolutiva.
DIRITTO AL CONTRATTO INTEGRATIVO con la valorizzazione del ruolo svolto e delle diverse figure professionali in una logica dipartimentale.
DIRITTO ALLA FORMAZIONE ed aggiornamento continuo, correlati alla operatività sul campo, come sostegno indispensabile alla programmazione ed alla qualificazione dei servizi, in particolare nell’ambito della prevenzione.
DIRITTO AL LAVORO IN EQUIPE con la condivisione delle attività tra le diverse figure professionali e con l’integrazione di saperi e competenze in una ottica dipartimentale.
DIRITTO AL LAVORO INTEGRATO tra operatori pubblici e della cooperazione sociale, delle fondazioni, sanità privata ed altri, nella chiarezza dei ruoli e delle responsabilità, e nel rispetto delle normative vigenti per la tutela di tutto il personale.
DIRITTO ALLA TUTELA DELLA SICUREZZA sui luoghi di lavoro con la reale applicazione del D. Lgs. 626/94 in tutti i servizi e pubblici e privati e per tutte le attività, anche attraverso la valutazione dei rischi psicologici e l’eventuale utilizzazione dello strumento della mobilità.

venerdì 29 dicembre 2006

Albicocco

A fianco della Comunità c'è un albero di albicocco.
In primavera, quando è in fiore, è splendido!
Durante l'inverno, messo a nudo, mostra la sua precarietà.
Si appoggia ad una cancellata, altrimenti crollerebbe.
Andrebbe abbattuto. Ma noi lo conserviamo a metafora del nostro lavoro.